Pensare come
una montagna
Lorenzo Giusti


Anticipando molte delle riflessioni ecologiche contemporanee — pur restando un uomo bianco del primo Novecento, attraversato da una cultura ancora antropocentrica — Leopold ci invita a spostarci da un modello meccanicistico a uno organicistico, da una visione estrattiva a una rigenerativa, da un tempo frammentato a un tempo dilatato. Solo la montagna — scrive l’autore — “ha vissuto abbastanza da poter ascoltare, imparziale, l’ululato del lupo”. Solo la prospettiva della montagna, con la sua profondità geologica e temporale, può aiutarci a comprendere le ragioni ultime dell’esistenza del lupo e offrirci una misura per afferrare il senso più profondo del nostro vivere insieme.

Nella traiettoria del “Biennale delle Orobie”, l’espressione di Leopold si è fatta interprete della volontà di adottare un punto di vista multifocale sul territorio che abitiamo e sul nostro operare. Una prospettiva ravvicinata — quella che la pratica del cammino costringe ad avere — e allo stesso tempo “da una certa distanza”, quella fisica e geologica che la montagna insegna. Se “pensare come una montagna” significava, per Leopold, apprezzare la profonda interconnessione degli elementi dell’ecosistema — un invito a contemplare la natura e le sue creature come un organismo dotato di equilibrio, armonia e bellezza, da cui dipendono la nostra stessa integrità e salute — nel nostro percorso il suo racconto ha incarnato il tentativo di concepirsi e agire come un corpo collettivo, come un sistema organico e multispecie, capace di coniugare un pensiero globale più consapevole e un’azione locale immaginifica, creativa e avventurosa.

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