Verso un Design Circolare: L’esperienza di Frantoio Sociale

“Transforming design from an expert-driven process focused on objects and services within a taken for granted social and economic order toward design practice that are participatory, socially oriented, situated, and open ended and that challenge the business-as-usual mode of being, producing and consuming. It highlights design frameworks that pay serious attention to question of place, the environment, experience, politics”*

Arturo Escobar, Designs for the Pluriverse: Radical Interdependence, Autonomy, and the Making of World, p. 27

Una montagna di inerti, un gruppo di persone, alcuni attrezzi, una macchina frantumatrice e delle panche costruite con assi da cantiere. Siamo partiti da qui e, seduti in cerchio su queste ultime, abbiamo iniziato a dialogare e a raccontare il senso del progetto Frantoio Sociale. Due giorni di workshop trascorsi insieme alle studentesse e agli studenti dell’Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo all’interno degli spazi messi a disposizione da Nuova Demi nella cava di Zanica. Abbiamo iniziato con una discussione sulla circolarità, sul valore dei materiali, su ciò che facciamo o possiamo fare e su mondi passati, presenti e futuri, non con una lezione frontale o letture di testi ma bensì partendo dalle basi del metodo scientifico: l’osservazione e la sperimentazione. 

Le panche sono diventate successivamente i tavoli da lavoro che abbiamo utilizzato per collezionare il materiale recuperato, suddividerlo per tipologia e colore, macinarlo e infine catalogarlo in base alle dimensioni della grana: marmo rosa, marmo bianco, marmo nero, mattone, ardesia, tufo. Ognuno ha avuto un compito diverso. Alcuni partecipanti si sono occupati di ultimare la suddivisione dei restanti materiali per la catalogazione e la conservazione nell’archivio di Frantoio Sociale. Lo hanno fatto utilizzando setacci di grandezze differenti. Altri sono stati impegnati nella costruzione delle casseforme all’interno delle quali sono stati gettati inerti di diverse dimensioni legati da cemento bianco, preparato da un altro piccolo gruppo. 

Questa nostra ricerca nasce quasi dieci anni fa, quando abbiamo iniziato una serie di studi che ci hanno permesso di esplorare e di agire nei luoghi della trasformazione urbana, dove tutto ha inizio e allo stesso tempo tutto finisce. 

Basti pensare che la produzione di rifiuti speciali non pericolosi, in Italia nel 2021, si attesta a 154 milioni di tonnellate di cui il 50,6% è costituito da rifiuti speciali da costruzione e demolizione provenienti da aziende operanti nel settore delle costruzioni. Settore che dal 2021 ha registrato una significativa crescita dovuta soprattutto ai cantieri destinati all’edilizia abitativa sostenuti dai generosi incentivi statali per la ristrutturazione degli immobili mirati alla riqualificazione energetica. Rispetto 2018, primo anno da noi monitorato, in cui l’Italia aveva registrato un ammontare di rifiuti speciali da costruzioni e demolizioni pari a circa 59 milioni di tonnellate, il 2021 ha registrato un incremento del 29% con ben 77,218 milioni di tonnellate, numeri drasticamente elevati.1 Orrendo è, di conseguenza, pensare che la conservazione dei rifiuti inerti necessiti inoltre l’utilizzo di spazi dedicati adibiti a depositi, dalla natura tutt’altro che transitoria vista la crescente produzione di materiale, e grazie al quale la percezione del paesaggio circostante verrà radicalmente cambiata. Qui abbiamo sperimentato e compreso come il grande problema, l’ostacolo che non permette al sistema circolare di vincere su quello lineare, non è di tipo tecnico, c’è altro. 

Credits: Foto Riccardo De Vecchi

Da millenni l’essere umano costruisce strumenti, estrae materiali, li adatta ai suoi bisogni, assembla, lega, mescola, riutilizza, alla continua ricerca del perfezionamento tecnologico. Lo sviluppo della nostra società è stato prevalentemente circolare, tutto veniva riutilizzato e trasformato, dalle ossa di mammut alle colonne egizie. 



Già i Fenici erano soliti utilizzare polvere e frammenti di terracotta impastata a sabbia e calce, come dimostrano i ritrovamenti presso i siti archeologici di Tell el-Burak in Libano (VII secolo a.C.), uno dei reperti più antichi di quello che oggi noi chiamiamo cocciopesto. Perfezionato successivamente dai romani, che lo utilizzavano come impermeabilizzante per vasche o come rifinitura per murature, il cocciopesto consiste nella miscela di calce, sabbia e “cocci” tritati: anfore, mattoni, tegole, coppi. Un materiale relativamente facile da realizzare che potremmo eleggere a primo esempio giunto fino a noi di economia circolare in ambito edilizio. Questa tecnica si sviluppa con diversi sviluppi ed espressioni, in varie regioni del Mediterraneo: i più vicini a noi sono Grecia, Sicilia, Ercolano. In alcuni di questi ritrovamenti è evidente l’aggiunta di granulati di marmi, pietre e sassi che rendono l’impasto più resistente e stabile, e aggiunge una componente estetica che trova la sua massima espressione nella Venezia del 1500, in cui si inizia a diffondere e perfezionare quello che ora conosciamo come pavimento alla veneziana. Questi semplici esempi ricordano come la pratica del riciclo sia parte di noi e del nostro patrimonio storico. Il motivo per il quale l’economia degli ultimi due secoli si è fondata per la quasi totalità su un’economia estrattiva e lineare è da ricercare in altri territori, non di certo in quello delle possibilità tecniche o dei sistemi ma in quello culturale. Come Sabine Oberhuber e Thomas Rau raccontano nel loro libro “Materials Matters”2, nel corso del secolo scorso l’individuo ha subito un processo di deresponsabilizzazione circa il ciclo di vita del prodotto in favore di un ciclo capitalistico improntato sulla sostituzione che sul riuso/riparazione. Take, make, waste. Questa desensibilizzazione, oltre ad aver portato incrementi nelle vendite e quindi un incremento nella produzione di oggetti – con costante necessità di materia prima – ha inoltre ridefinito il ruolo del consumatore, alimentando il desiderio di possedere nuovi prodotti e di conseguenza diminuendo l’interesse nel possibile ciclo di riutilizzo del materiale.

Le studentesse e gli studenti dell’Accademia che hanno partecipato al workshop hanno sperimentato il processo – che abbiamo iniziato circa tre anni fa dando vita al progetto Frantoio Sociale – fatto di esplorazione di cantieri, cave, miniere urbane, luoghi “di” e “in” trasformazione. Attraverso questo progetto abbiamo cercato di dare una possibile risposta al sistema lineare, cercando di cambiare determinati paradigmi contemporanei e prendendo come esempio una solida base arcaica. Lo scopo è chiaramente quello di divulgare e diffondere pratiche di sviluppo circolare e collaborativo. 

Il progetto trae ispirazione dal mondo agricolo come i frantoi destinati alla produzione di olio d’oliva e le cantine sociali all’interno delle quali i soci portavano il prodotto della loro vigne. Il minimo comune denominatore di queste attività è la presenza centrale di una macchina con la quale piccole realtà trasformano olive o acini d’uva in olio e vino “di e per tutti”. 

Questi ambienti arcaici, oltre ad essere luoghi trasformativi, erano al contempo spazi sociali, in cui le persone si incontrano, chiacchieravano, socializzavano e condividevano momenti. 

Sulla base di questo archetipo si sviluppa la struttura del nostro progetto che tenta di rendere i luoghi in fase di trasformazione spazi sociali, ambienti collaborativi, aperti, orizzontali, in cui un gruppo di persone lavora, trasforma, si scambia informazioni, socializza e contribuisce, tramite un’azione collettiva, a cambiare il folle modello di sviluppo contemporaneo. 

Frantoio Sociale rende cantieri e territori in trasformazione delle miniere urbane, è un progetto itinerante e in continua evoluzione che si basa principalmente su due elementi chiave: il primo è la presenza di una macchina frantumatrice portatile. Ispirati dai sopracitati esempi, abbiamo posto l’accento su un nuovo aspetto ovvero la trasportabilità dello strumento per spostarsi facilmente in loco, dove il materiale è presente e attivare di volta in volta la trasformazione in uno spazio diverso. Il secondo elemento chiave è l’allestimento, polivalente e giallo, in stile “da cantiere”, che si adatta ad ogni tipo di spazio con un sistema di elementi modulari capaci di divenire panche, tavoli, librerie, espositori ecc. 

Questo progetto può essere declinato in molti modi: una ricerca, che permette di studiare e approfondire la tematica della circolarità in ambito edilizio; un momento formativo, per noi e per tutte le realtà che di volta in volta collaborano con noi nei progetti, quali aziende, università e istituzioni. Frantoio Sociale è anche un progetto basato sulla condivisione di pratiche, di conoscenze, di opportunità, pensato per essere realizzato sempre in dialogo con altre realtà. In questo caso si è inserito nel progetto “Massi Erratici” di Studio Ossidiana, con cui insieme, come fossimo una squadra di archeologi che esplora il presente, abbiamo scavato, recuperato, selezionato, pulito e frantumato diverse tipologie di marmi e graniti ora parte di questo nuovo paesaggio domestico di GAMeC.

Studio GISTO, Hund Studio

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