Come una pietra in equilibrio.
Aldo Leopold, Val Plumwood
e l’ecologia torbida
Federica Timeto


Prima di venire spenta, la dignità dell’animale morente si riflette sul cacciatore, gli restituisce la sua immagine e lo nobilita di luce riflessa. Il terreno su cui ha luogo il confronto umano-animale può essere immaginato solo come terreno morale, non disponendo le due parti degli stessi mezzi: per quanto Leopold denunciasse l’eccesso di mediazioni tecnologiche anche nella caccia, è evidente che né lui né i suoi contemporanei statunitensi cacciavano a mani nude, men che meno per bisogno, e che l’asimmetria sul piano materiale necessitava di una giustificazione etica che fosse sufficientemente elevata.

Nel misurarsi con l’animale, l’umano poteva giungere al cuore della sua stessa essenza, in effetti una comune animalità, immediatamente sublimata, tuttavia, nell’uccisione della preda, momento necessario a ristabilire la superiorità del predatore.
Si spegne il feroce fuoco verde negli occhi della lupa, si accende lo spirito dell’Uomo.

Come si può onorare la coscienza dell’animale uccidendolo? Ma il predatore assume, piuttosto, la coscienza dell’animale, e poi quella della montagna che ne è dimora, e prendendo la parte della montagna e dell’animale si eleva a custode del creato.



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