Genealogia della forma Un'intervista a
Gabriel Chaile

VALENTINA GERVASONI
Quando abbiamo pensato di invitarti per Pensare come una montagna, volevamo connettere le tradizioni indigene legate al pane a Tucumán, in Argentina, con quelle della Val Seriana a Bergamo, in Italia, legate alla pasta. Il risultato è stato un’opera-forno attivata durante un Bread Baking Party, dove le persone hanno cotto i Michini di San Patrizio, un “pane del miracolo” che un tempo veniva mangiato a Vertova in caso di malattia di persone o animali. Il tuo lavoro ha il potere di celebrare e rinnovare usanze a volte dimenticate, creando opportunità per la comunità locale. Cosa ha significato per te creare quest’opera in un paese della provincia di Bergamo? In che modo il contesto locale ha influenzato la tua riflessione su tradizione, memoria e comunità?

GABRIEL CHAILE
A San Miguel de Tucumán, dove sono nato, non sappiamo di essere indigeni, pensiamo a noi stessi come bianchi, forse a causa dell’idiosincrasia del Paese e del modo in cui l’istruzione pubblica affronta la cultura e la popolazione indigena. È diverso in montagna, dove le comunità indigene vivono ancora e resistono contro ogni previsione. Lì la consapevolezza di essere indigeni è viva. Io però sono cresciuto nella periferia di una città grande e in espansione dove, per adattarsi, la maggior parte di noi pensava a sé stessa come bianca. Siamo poveri finti bianchi che non sanno da dove vengono, e cuociamo pane fatto in casa per sopravvivere e sentirci parte di qualcosa. Il mio lavoro è nato lì, guardando a me stesso e quel contesto, lontano dalla montagna e da quei dialetti che sicuramente sono sopravvissuti nel tempo. Arrivare nell’entroterra italiano e scoprire un villaggio che parla un’altra lingua e risponde ad altre usanze mi ha fatto riflettere su come la conoscenza si preservi nei piccoli luoghi. Non voglio chiamarla tradizione, perché credo sia molto più di questo; è un sapere vitale che dialoga attraverso il tempo e non ha forma scritta — si manifesta negli oggetti, nei sapori, nei modi di relazionarsi. Per me, Vertova è stata questo. Mi sono chiesto cosa significhi essere indigeno.

VALENTINA GERVASONI
Molti elementi iconografici nel tuo lavoro derivano dalla cultura La Candelaria dei gruppi pre-ispanici di Tucumán, le cui ceramiche presentano spesso complessi motivi decorativi geometrici accanto a tassonomie animali, esemplari di fauna ignota, figure antropomorfe o ibride che combinano tratti umani e animali o tratti di diverse specie animali. Questi elementi si fondono per creare e trasformare le relazioni tra tutti gli agenti sociali (gruppi umani e non umani), superando la storica distinzione occidentale tra natura e cultura. Cosa ispira i forni che immagini, e come prendono vita nel tuo immaginario? Ci sono specifiche tradizioni ancestrali, rituali o pratiche a cui fai riferimento e che danno forma alla tua ricerca?

GABRIEL CHAILE
Ho iniziato provando una forte fascinazione per queste ceramiche archeologiche della cultura Candelaria. Mi piace la loro rotondità, il loro senso dell’umorismo, la loro sintesi, la freschezza di sentire l’impronta di chi le ha fatte, di chi ha plasmato quel vaso. È stato amore a prima vista. Ma tutto ciò che chiamiamo ancestrale non l’ho mai visto davvero — è stato indicato da altri guardando il mio lavoro. Posso dirti quello che ho visto e sentito io: ho visto persone povere con un colore della pelle simile lavorare allo stesso modo per nutrire i propri figli, creando economie popolari e sostenendosi a vicenda per risolvere i propri problemi in città. Molti usavano forni per il pane per cucinare e risolvere così i loro problemi economici; molti lo facevano ricordando la madre, il padre o i nonni che glielo avevano insegnato.
La mia famiglia era una tra le tante che distribuiva pane caldo nei quartieri della classe media e alta. Ho sempre visto il contrasto della città e mi sono chiesto cosa facesse la differenza. È così che ho capito che c’era un sapere lì, un sapere non scritto che aiutava le persone a resistere. Quello che io vedevo, gli esperti lo hanno chiamato ancestrale… e probabilmente lo è. Inoltre, l’uso dell’adobe per costruire molti dei miei forni antropomorfi in argilla è influenzato dall’educazione religiosa che ho ricevuto e dalla sua idea del “miracoloso”. Pretendo dai materiali molto più di quanto possano offrire. Il mio lavoro è legato anche alla resistenza e alla storia peronista della mia famiglia, alla loro lotta, all’aspetto magico del miracoloso e al contesto della povertà. Ecco perché ritorno alle forme primitive della morfologia indigena.

VALENTINA GERVASONI
L’antropologo storico-culturale Christoph Wulf descrive l’antropopoiesi — il processo attraverso il quale gli esseri umani diventano tali, formando la propria identità — come un processo non esclusivamente individuale ma piuttosto intrinsecamente sociale, storico e culturale. Si diventa umani attraverso pratiche sociali condivise, rituali, atti linguistici, processi mimetici e performativi, e attraverso l’uso di oggetti radicati nella cultura che fungono da veicoli di trasmissione intergenerazionale. Nei suoi studi sull’immaginario e sulle pratiche rituali, Wulf esplora il ruolo attivo delle immagini nella comprensione del mondo e, soprattutto, nel plasmare noi stessi e le nostre comunità, nel formare e trasmettere l’identità culturale. Quale importanza simbolica riveste il forno all’interno di un pueblo? Hai creato diversi forni in contesti molto differenti; hai notato differenze o peculiarità?

GABRIEL CHAILE
Credo che il forno abbia la particolarità di riunire le persone e di cucinare per molti, indipendentemente dalla classe sociale delle comunità in cui le mie opere vengono attivate. Penso che nei contesti più poveri io abbia percepito una maggiore familiarità con l’opera, come l’amore a prima vista che io stesso ho provato per le ceramiche Candelaria. Nelle comunità non povere, ho notato più curiosità e più domande, suscitate dalla stranezza del materiale e della forma.

VALENTINA GERVASONI
Si parla molto dell’urgenza di superare una visione eurocentrica della storia dell’arte e di guardare alle pratiche artistiche da prospettive trans-locali e transnazionali. Le tue opere, in qualche modo, restituiscono visibilità a soggettività minoritarie che spesso rimangono ai margini della narrazione egemonica, affrontando temi come la classe, l’appartenenza etnica, la spiritualità e il genere. Pensi che questo dialogo tra questioni formali — tratte dalla memoria familiare e popolare così come da codici artistici più ampi — possa contribuire a mettere in discussione l’idea canonica (occidentale) della storia dell’arte?

GABRIEL CHAILE
Penso di sì, o almeno mette l’argomento sul tavolo della discussione. Credo che il modo per iniziare il dialogo sia smettere di essere “non egemonici”, smettere di essere un “artista latinoamericano” e diventare semplicemente un artista di questo mezzo.

VALENTINA GERVASONI
Le opere che crei sono oggetti che non sono fatti solo per essere osservati, ma anche per essere vissuti e partecipati attraverso un processo che definisci “genealogia della forma”. Cosa intendi con questa espressione?

GABRIEL CHAILE
Recentemente ho letto un articolo sul mio lavoro che definiva la “genealogia della forma” meglio di quanto avrei saputo fare io, e diceva: la “genealogia della forma” è l’idea che i motivi visivi si ripetano nel corso della storia, acquisendo un nuovo significato ogni volta che riappaiono.

VALENTINA GERVASONI
Chi sono i pensatori e gli intellettuali che ispirano il tuo lavoro?

GABRIEL CHAILE
Innanzitutto i miei amici, che osservo attentamente e dai quali imparo molto; poi le persone che incontro durante i miei viaggi e coloro che vivono in situazioni estreme e condividono con me le loro storie e immagini. Traggo ispirazione dalle riflessioni che sento e che aiutano a plasmare il mio modo di pensare. C’è qualcosa nel pensiero periferico e nelle storie che mi interessa molto osservare e ascoltare. Queste osservazioni somigliano alle conclusioni di intellettuali che incontro più tardi nei libri. Allo stesso modo, durante i miei viaggi, leggo scrittori marginali in cui mi imbatto, così come leggo Michel Foucault o i testi biblici.

VALENTINA GERVASONI
Nel tuo lavoro sembra emergere una polifonia di voci — non solo umane ma anche animali, naturali e legate a memorie collettive. Se pensiamo alle opere come corpi collettivi, che tipo di comunità — immaginaria o reale — ti interessa?

GABRIEL CHAILE
Immagino una comunità più interconnessa, più attenta alle sue diverse parti, senza questa netta differenza tra l’essere e il dover essere.

VALENTINA GERVASONI
Molte delle tue opere parlano di trasformazione: della materia, dei paesaggi, delle memorie. Se dovessi descrivere la tua ricerca come un rito di passaggio, che tipo di transizione ti piacerebbe evocare o rendere possibile?

GABRIEL CHAILE
Questa parte è un mistero anche per me, anche se vorrei che fosse come una musica che invade il corpo, che ti spinge a muoverti, a provare molteplici sensazioni, a risvegliare ricordi e viaggiare nel tempo.

VALENTINA GERVASONI
Cosa significa per te provare un vero senso di appartenenza a un luogo?

GABRIEL CHAILE
Significa intendere il “luogo” come l’abbandono dell’idea che si appartenga a un posto solo perché le persone o altri esseri lasciano un segno su di te. Per me, il semplice fatto che queste persone o esseri si trovino nello stesso posto — ad esempio, Tucumán — mi fa sentire tucumano.

Credits: Foto Paolo Biava


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