Editoriale12. Pensare come una montagna,
non solo raggiungerla



“Troppa gente, troppe auto, troppo rumore. In montagna si cerca silenzio”. Con queste parole Reinhold Messner, intervistato quest’estate da Il Dolomiti, ha commentato l’ennesimo caso di overtourism sulle Alpi: code, tornelli a pagamento, sentieri trasformati in corsie a senso unico. Il Seceda come una processione, le Odle con il biglietto d’ingresso. Un assalto al paesaggio disordinato e inconsapevole. 

Lo chiamano amore per la montagna, ma sempre più spesso somiglia a una fuga in quota dalla città, trasportando in altitudine gli stessi ritmi e desideri che ci inseguono a valle. Selfie, performance, saturazione dei luoghi. Quello che dovrebbe essere un incontro si trasforma in consumo. 

Non si tratta di negare il desiderio, legittimo, di andarla a vedere questa bella montagna di cui tanto si parla oggi. Ma come si sale fa la differenza. E oggi più che mai serve un’altra educazione al cammino, alla distanza, alla relazione con l’alta quota. È da questa urgenza che nasce il programma di GAMeC “Pensare come una montagna”, che sta attraversando con lentezza le valli, i parchi, i paesi e le cime della provincia di Bergamo, insieme ad artisti e abitanti.

Non si tratta di portare l’arte in montagna, ma di riportare il pensiero dentro la montagna, dentro il paesaggio, inteso non come sfondo neutro ma come organismo vivo, da ascoltare. Pensare come una montagna significa comprendere la lunga durata, l’equilibrio sottile degli ecosistemi, la responsabilità collettiva. Ma anche esercitare uno sguardo ampio, un pensiero globale e un’azione locale, capace di immaginare alternative.

Attraverso laboratori, camminate, performance e pratiche partecipative, GAMeC promuove un’altra idea di fruizione culturale: non accumulare esperienze, ma costruire relazioni. Non “andare a vedere”, ma “stare”, con il corpo, con il tempo, con gli altri. La montagna, in questa visione, non è solo una cima da raggiungere, ma un orientamento mentale, un atteggiamento etico, un modo diverso di stare al mondo.

Questa visione trova una delle sue espressioni più ambiziose nella costruzione del nuovo Bivacco Aldo Frattini, che la GAMeC sta realizzando grazie al contributo di Fondazione Cariplo e di Fondazione della Comunità Bergamasca, in collaborazione con il CAI di Bergamo che ne diventerà il proprietario. Situato a 2.300 metri lungo l’Alta Via delle Orobie, il bivacco sarà una “sede alternativa” del museo in alta quota: uno spazio di sosta, di ascolto, di contemplazione. Una struttura aperta, reversibile, pensata per integrarsi nel paesaggio con rispetto, offrendo protezione e silenzio a chi cammina.

Concepito dallo studio EX., il Frattini sarà al tempo stesso rifugio, oggetto estetico e strumento scientifico, grazie alla possibilità di raccogliere dati ambientali e contribuire alla conoscenza degli ecosistemi montani. Un’architettura di impatto minimo, che interpreta la montagna come maestra di equilibrio, e che restituisce al gesto culturale una dimensione di responsabilità.

La mostra Mountain Forgets You, allestita presso lo Spazio Zero della GAMeC, racconta il lungo processo progettuale che ha condotto alla realizzazione di questo bivacco: una narrazione che unisce storia dell’alpinismo, pratiche architettoniche contemporanee e linguaggi artistici, tra cui Thermocene, installazione di Giorgio Ferrero, Rodolfo Mongitore (Mybosswas) ed EX., che trasforma i segnali invisibili raccolti a 3.000 metri in una sinfonia corale.

Anche da lassù, la montagna ci ascolta. Ma tocca a noi decidere come abitare quella distanza: se come invasori, o come ospiti. Se come spettatori, o come parte di un organismo più grande. Pensare come una montagna vorrebbe significare questo: agire con lentezza, immaginare con coraggio, creare connessioni durevoli tra arte, comunità e territori.

Lorenzo Giusti

Agosto 2025

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